SACRA FAMIGLIA , SAN PIETRO D’ALCANTARA E SANTA TERESA D’AVILA IN GLORIA, LEOPOLDO I, GIUSEPPE ED ELEONORA MADDALENA DI PFALZ-NEUBURG

Ambito/Autore : Giovanni Francesco Furlanello (e aiuti) (Cavalese, 1649-1697)

Periodo storico: 17° secolo
Anno: ante 1697
Soggetto: Sacra Famiglia , San Pietro d’Alcantara e Santa Teresa d’Avila in gloria, Leopoldo I, Giuseppe ed Eleonora Maddalena di Pfalz-Neuburg
Luogo di conservazione: Cavalese, chiesa di San Vigilio, presbiterio
Materia e tecnica: olio su tela, cm 241,5 x 149,5

Descrizione:

In origine il dipinto fungeva da pala dell’altare laterale sinistro, dedicato a San Pietro d’Alcantara. In realtà la figurina del santo si perde quasi nella farraginosa e dispersiva ossatura narrativa della tela e soggiace alla preminenza della famiglia imperiale effigiata sul livello inferiore: Leopoldo I, la consorte Eleonora Maddalena di Pfalz-Neuburg e l’erede, il futuro imperatore Giuseppe I. Il dipinto celebra infatti l’appoggio incondizionato di Leopoldo alla fondazione francescana di Cavalese e ne commemora la munificenza nella realizzazione degli altari del tempio.

L’iconica impostazione della pala non solo attribuisce la massima evidenza alla dinastia regnante, ma stabilisce altresì una corrispondenza tra la Sacra Famiglia in alto e la famiglia imperiale, tra il Gesù fanciullo in veste di Salvator mundi in apice e il piccolo erede, con la corona imperiale sorretta da angioletti in volo che appare quasi l’antica legittimazione teocratica. All’interno di questo palinsesto neofeudale, le atticciate figurine di San Pietro e di Santa Teresa, rara convitata di un diverso ordine, quello del Carmelo, appaiono implicitamente sminuite e compresse non solo sul piano formale, ma già su quello gerarchico e iconologico; il loro ingresso garantisce piuttosto la schematica griglia in cui si articola la pedante narrazione pittorica. È questo il tratto più caratteristico della pala e il perno delle recenti acquisizioni critiche.

Di paternità anonima per Molinari e Felicetti, il dipinto è stato accostato ad Antonio Zeni da Andreatta e a Giuseppe Alberti da Guido Giacomuzzi. Dopo il restauro del 2004-2006 (Consorzio ARS), Elvio Mich ha colto le stringenti affinità di fondo con l’affollata pala dell’altare maggiore verso il coro e concluso per una comune attribuzione a Giovanni Francesco Furlanello (si rimanda in proposito alla relativa scheda). Entrambe convergono sul gusto ibridato di questo discontinuo pittore che, a pochi anni dalla sua morte, giunge ad esiti stranianti e per certi versi incomprensibili, nei quali l’eleganza degli abiti nobiliari urta con la pochezza espressiva, lo scrupolo del dettaglio con la ridicola piattezza dei santi. Alcuni innegabili balzi qualitativi suggeriscono di profilare l’intervento di un aiuto a fianco del pittore che opera negli ultimi anni di vita. L’esecuzione dell’opera, consacrata assieme all’altare nel 1698, cade tra il 1693, riferimento cronologico portante dell’impresa dell’altare maggiore e il 1697, data di morte dell’artista.

Fonti: ACPFM, busta 304, Inventario 1927, n. 42; busta 244, Inventario 1960, p. 651, n. 42; SBC Menapace 1987/ OA/ 00053833.

Bibliografia: Molinari 1926, pp. 298-299; Felicetti 1933, p. 55; Andreatta 1990, pp. 199-200; Giacomuzzi 2005, p. 125; Mich 2009, pp. 363-365, 369-371; Longo 2014, pp. 290-291.

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