PERDON D’ASSISI

Ambito/Autore : Ambito bolognese

Periodo storico: 18° secolo
Anno: 1748 (?)
Soggetto: Perdon d’Assisi
Luogo di conservazione: Arco, convento delle Grazie, portineria
Materia e tecnica: olio su tela, cm 235 x 175
Provenienza: Rovereto, convento di San Rocco, 2003

Descrizione:

Le menzioni inventariali sono discordanti in rapporto all’interpretazione iconografica.

L’inventario steso nel 1927, descrivendo la tela nell’oratorio della chiesa roveretana, la cita come “quadro votivo della peste a Rovereto”; indicazione analoga è quella espressa nel 1948 nei termini di “processione votiva di San Rocco”, pronta ad individuare nella grande tela una testimonianza votiva legata alla peste roveretana del 1630 che, come è noto, sta all’origine della nascita della cellula francescana.

Nel 1962, quando l’opera è rubricata nel coro della chiesa, gli elenchi parlano di “processione della porziuncola” e questa è l’effettiva iconografia, come appare chiaro dovendo riconoscere nella chiesa raffigurata in mezzo alla campagna, extra moenia, il tempio di Santa Maria degli Angeli, poco fuori dalla città di Assisi che giace in posizione sopraelevata. Santa Maria degli Angeli, il monumento che custodisce all’interno del suo grembo marmoreo la porziuncola, è il cuore di una delle più importanti indulgenze della cattolicità, il cosiddetto Perdon d’Assisi.

Ecco dunque apparire nella gloria celeste San Francesco, inginocchiato di fronte alla Vergine con il Bambino circondata da angeli musicanti, a impetrare l’indulgenza divina per coloro che, in terra, ingrossano la devota processione assisiate. Quello fotografato dal pittore è un corteo descritto negli aspetti più minuti e gustosi, senza tralasciare i tratti più umani e mondani di questa formicolante umanità, quasi in contrasto con la solenne epifania celeste, con la bellezza splendente della Madonna assisa su di un trono di nubi.

Nonostante le rimarchevoli manchevolezze conservative della tela, che mostra diffuse abrasioni e cadute di pellicola pittorica, l’opera tocca un livello qualitativo molto alto e piuttosto inconsueto in brani devozionali di questo specifico taglio. Ci troviamo di fronte ad un maestro educatosi in ambito emiliano, come è comprovato dalla compostezza della Madonna e degli angeli, la cui misura classica, memore della migliore tradizione bolognese di tardo Seicento, viene fastosamente ravvivata da una sostanza pittorica di sensibilità già settecentesca. Essenziale è osservare che l’idea della Vergine assisa sulle nubi deriva, senza possibilità di equivoci, dalla Madonna con Bambino e i Santi protettori dipinta da Donato Creti nel Santuario di San Luca a Bologna (fig.). La felice declinazione formale della Vergine ispira anche un raffinato olio su rame ai Museé des Beaux Arts di Caen, che Renato Roli attribuisce allo stesso Creti datandolo agli anni trenta del Settecento (Roli 1977, p. 118); infine la ritroviamo, con notevoli analogie ma specularmente orientata, in San Francesco Saverio raccomanda alla Vergine i naviganti nelle Collezioni civiche di Bologna (1705-1708: Roli 1967, pp. 86-87). In ogni caso la tela francescana trae con precisione l’immagine mariana proprio dalla pala del santuario bolognese e pertanto l’ultimazione di quest’ultima nel 1746 (Roli 1967, pp. 70, 90-91) costituisce un vincolante, non arretrabile termine cronologico.

Definito questo primo, fondamentale aspetto, la ricostruzione della vicenda materiale del dipinto apre ad un’ipotesi di sicuro interesse. Un passo della ricca guida di Francesco Bartoli (1780) sui monumenti di Rovereto offre uno spunto per indagare la committenza della pala votiva che stranamente, a dispetto della sua elevata qualità, non viene menzionata da alcuna fonte all’interno della chiesa di San Rocco. Nella chiesa di San Marco Bartoli si sofferma su un dipinto di soggetto analogo a questo, con le seguenti parole: “il quadro laterale con Maria Vergine, il Bambino e Santi in gloria e sotto in piede figura una processione che da questa chiesa si porta etc., è opera di Nicolò Dorigati trentino”. La descrizione del dipinto, che risulta disperso, è abbastanza generica e solo parzialmente sovrapponibile all’opera in questione, ma suscita la nostra attenzione poiché nella chiesa arcipretale di San Marco militava la confraternita del Perdon d’Assisi. La potente fratellanza era sorta nel 1729 presso la chiesa di Loreto e già diciannove anni dopo, a causa di inestinguibili discordie interne, stabilì di trasferirsi nella chiesa di San Marco (Airaudo 1971, pp. 44-46), senza nemmeno aver portato a compimento il proprio altare. Le notizie a disposizione sono poche e di per sé insufficienti al fine di concludere che il dipinto in oggetto sia proprio quello già in San Marco, ma è anche necessario osservare che nel tessuto confraternale trentino di età barocca l’episodio rappresenta un unicum, anche in rapporto all’ambiente francescano. Non vi è dubbio che il successivo allontanamento del dipinto dalla chiesa arcipretale avrebbe potuto trovare nella chiesa francescana di San Rocco l’ideale ricollocazione. E colpisce che il trasferimento della confraternita in San Marco, nel 1748, sia del tutto coerente con i presupposti figurativi e cronologici individuati, ovvero con la datazione post 1746.

È dunque il caso di tornare a riflettere sull’ignoto artista qui intervenuto che si offre al nostro giudizio quale personalità matura, in grado di rielaborare autonomamente spunti compositivi di rango amalgamandoli sapientemente ad una più libera narrazione pittorica. Il riferimento speso da Bartoli a Dorigati è indicativo dell’indirizzo bolognese dell’artista, ma risulta molto problematico. Al di là del fatto che la data di morte cade nello stesso 1748, la pessima qualità dei lavori più tardi di Dorigati preclude infatti la possibilità di attribuirgli la tela francescana, benché in essa non manchi qualche riflesso della migliore attività svolta a fine Seicento (sull’artista si rimanda al più recente contributo: Mich 2014a, pp. 136-144, oltre alle schede 119-120 all’interno di questo volume).

Il pittore di inoppugnabile fede bolognese al quale si deve il dipinto in parola attende dunque di venire identificato sulla base di ulteriori elementi storico-critici.

Fonti: ACPFM, busta 306, Inventario 1927, n. 11; busta 275, Inventario 1948, p. 275; busta 244, Inventario 1962, p. 666, n. 29; ACSMG, Inventario 2013, n. 29.

Bibliografia: inedito.

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