NATIVITÀ E ANGELI CON STRUMENTI DELLA PASSIONE

Ambito/Autore : Ambito fiammingo

Periodo storico: 17° secolo
Anno: 1600-1625
Soggetto: Natività e Angeli con strumenti della Passione
Luogo di conservazione: Arco, Santuario delle Grazie, sacrestia
Materia e tecnica: olio su tela, cm 112 x 65

Descrizione:

Il dipinto, segnalato semplicemente come Natività nell’inventario del 1927, appare molto interessante sul piano iconografico. Gesù Bambino, adagiato sulla nuda terra, stringe a sé una croce e viene intensamente adorato dalla Vergine con San Giuseppe e da una moltitudine di Angeli che recano i simboli della sua Passione. La nascita di Gesù viene radicalmente connessa al disegno salvifico dell’incarnazione, alla venuta di colui che riscatta l’intero genere umano donando la propria vita. Nella solenne sacralità di fondo, che esclude la presenza umana all’infuori della Famiglia santa, l’immagine individua un carattere particolarmente congeniale alla produzione figurativa controriformista. Ciò anche in forza del ruolo attribuito agli angeli, raffigurati in gran numero: quegli stessi angeli di cui il pensiero post tridentino postulava la presenza adorante nel momento della transustanziazione eucaristica (Mâle 1984, pp. 261-263), qui di fatto evocata nell’immagine del Bimbo redentore. È questo orizzonte a rendere tanto più solenne e quasi astratto il soggetto, solo apparentemente analogo alla più ricorrente e colloquiale narrazione della Natività o dell’Adorazione dei pastori.

L’atmosfera crepuscolare in cui si svolge la silente rappresentazione viene ravvivata da una luce molto intensa che spiove dall’alto, dallo squarcio di cielo nel quale appaiono, su un fondo ambrato, gli angioletti glorificanti il Signore. La luce proietta intense ombre sugli incarnati e sulle vesti rosate e aranciate, mentre accentua la deferenza degli sguardi.

Da un punto di vista stilistico emergono molto netti i tratti della pittura ma anche della grafica tedesca e fiamminga di inizio Seicento, nell’ambito di quell’intensa circolazione di modelli internazionali. È noto come sia spesso arduo benché necessario scorporare suggerimenti inventivi di ampia fruizione (qui tuttavia non facilmente identificabili in rapporto ad un singolo prototipo calcografico) dai tratti di uno stile che può coniugare sedimentate cadenze nordiche ad una sensibilità duttile e ricettiva, tanto da sostanziare personalità di elevata statura, esemplare il caso di Denis Calvaert (1540-1619) o di veri e propri artisti dalla doppia anima culturale, come la folta schiera dei pittori flandro-veneti. La tela dei francescani si colloca evidentemente su un livello inferiore ancorché degno di attenzione, in particolare dopo il restauro del 2013. Non mancano i rimandi alla tarda attività trentina di Martino Teofilo, pittore sovente in contatto con l’ambiente osservante, fedele alla lezione del Palma ma dai trascorsi polacchi e prima ancora fiamminghi. Nonostante talune affinità con la Santa Caterina d’Alessandria presso il Museo Civico di Rovereto, attribuitagli da Chini (L’arte riscoperta, p. 171, cat. 17), sembra più opportuno lasciare uno spazio autonomo al dipinto qui discusso, peraltro privo di veri e propri presupposti lagunari, in attesa di future puntualizzazioni.

Fonti: ACPFM, busta 306, Inventario 1927, n. 25; busta 275, Inventario 1962, p. 637, n. 52; SBC Floris 1986/ OA/ 00051567; ACSMG, Inventario 2013, n. 37.

Bibliografia: Stenico 2004b, p. 457.

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