MADONNA ADDOLORATA AI PIEDI DELLA CROCE E ANGIOLETTI

Ambito/Autore : Cristoforo Unterperger (Cavalese,1732-Roma, 1798)

Periodo storico: 18° secolo
Anno: 1774-1776
Soggetto: Madonna addolorata ai piedi della croce e angioletti
Luogo di conservazione: Cles, chiesa di Sant’Antonio da Padova
Materia e tecnica: olio su tela, cm 217 x 138

Descrizione:

La prima e preziosa indicazione critica dell’opera, risalente al 1780, la dobbiamo alla penna di Francesco Bartoli: “La Beata Vergine Addolorata al suo altare, è di Cristoforo Unterperger, che la fece in Roma”. Anche in merito alla cronologia del dipinto disponiamo di eloquenti ragguagli. La visualizzazione degli altari nella chiesa di Sant’Antonio definita dalla cronaca nel 1773 (Morizzo, II, p. 332) ci informa che la cappella del sepolcro (ovvero di Cristo deposto nel sepolcro), eretta tra il 1729 e il 1730 “ancora eravi nel 1773”. L’avvicendamento della nuova cappella intitolata all’Addolorata risale invece con certezza all’anno dopo, grazie ad un’iscrizione rinvenuta nel 1923: “Sacellum hoc e solo erectum anno 1774, et populi munificentia instauratum 1830 […]” (Stenico, p. 114).

Nonostante l’evidenza di questi dati storici e la limpida dichiarazione di Bartoli, per lungo tempo si registra il più completo smarrimento della critica. Riccardo Rasmo e Simone Weber assegnano l’opera a Francesco Sebaldo Unterperger, forse indotti dall’errata affermazione di Morizzo che confonde Cristoforo con lo zio Francesco, mentre un passo successivo della cronaca, sotto l’anno 1829, intorbida ancor più le carte con la paternità di un inesistente Antonio Unterperger.

Molinari (1926) pronuncia il nome di Giuseppe Unterperger, figlio ed ultimo esponente della dinastia: l’indicazione si riflette prontamente nell’inventario del 1927 e viene ripresa da Emert nel commento alle note del Bartoli e da Rasmo (Esposizione di pittura sacra).

La paternità di Cristoforo, di per sé inappuntabile, è stata definitivamente comprovata da una nota del diario di Antonio Longo che ricorda, senza specificare l’anno di riferimento, il compenso di 30 zecchini corrisposto – ma non si dice da chi – all’artista (Rasmo 1984, p. 144). L’interessante notizia tramandataci da Longo avrebbe potuto fare luce sulla genesi dell’opera che cade in un momento estremamente felice e significativo, allorquando i frati di Cles, verosimilmente grazie alla mediazione di Carlantonio Malanotti, procuratore generale dell’ordine a Roma, acquisirono una nutrita raccolta di tele di cultura capitolina. Se i dipinti di Luigi Vanvitelli sono eccezionali recuperi a margine dell’effervescente mercato artistico romano e i medesimi presupposti valgono per le copie dal Maratta e la paletta di Nicolò Ricciolini, trattandosi di opere nate quasi mezzo secolo addietro, l’Addolorata di Unterperger è un’espressione artistica contestuale allo sviluppo cultuale e storico del convento clesiano, ma anche al gusto estetico del momento indirizzato al più aggiornato pittore di origini trentine maturato a Roma. Possiamo oggi affermare con sicurezza che spetti a Carlantonio Malanotti la commissione dell’opera nella città eterna, non solo per gli indizi di cui già si è detto, ma soprattutto perché all’interno del suo testamento vi è una significativa disposizione affinché venissero celebrate le messe in suffragio della sua anima proprio all’altare dell’Addolorata.

Converrà pertanto arginare la cronologia del dipinto entro il 1776, coerentemente ai fatti suesposti (il religioso muore del resto il 13 febbraio 1777): un riferimento cronologico che restringe ulteriormente la forbice 1774-1780 giustamente proposta da Mich, quindi da Felicetti, sulla base delle circostanze storiche e dell’asserzione bartoliana.

Dopo il restauro del 1980-1982, operato da Serafino e Ferruccio Volpin, la tela esibisce tutta la smagliante opulenza cromatica che la contraddistingue; palesa l’ambizione consapevole di Cristoforo che si misura con il sontuoso classicismo romano, quasi imbastendo un confronto con Sebastiano Conca, pur attutendo, come gli è caratteristico, la brillantezza satura del dipingere e la scenografica esibizione della ‘maniera grande’ in qualcosa di più morbido e ovattato, implicitamente controllato e presago del neoclassicismo nell’accezione assimilata da Mengs.

In fondo è proprio l’Addolorata di Unterperger a siglare il gusto classicista di Malanotti del quale possiamo in qualche modo avvertire il plauso e l’entusiasmo di fronte a questa prova come pure ai capolavori vanvitelliani, ancora riverberanti il Conca, che seppe procacciare facendone dono al convento di origine.

Il dipinto mariano conta la presenza di almeno due modelli, conservati entrambi nella Pinacoteca Civica di Montefortino (Ap). Essi pervennero alla città marchigiana in seguito all’acquisizione della collezione di Fortunato Duranti, verosimilmente l’acquirente di una parte dei dipinti di Cristoforo che il figlio Giuseppe Unterperger aveva pur a malincuore alienato nell’Ottocento.

Uno di questi dipinti è sicuramente preparatorio della pala trentina; l’altro, decisamente diverso, mostra una disposizione speculare e la Vergine a mani giunte, tanto che Felicetti ipotizza si possa trattare del modello per un’opera non pervenutaci, ovvero per una diversa redazione del tema.

Tra le repliche dell’opera, che ha goduto di notevole fortuna, si menziona quella presso l’infermeria di San Bernardino a Trento.

Fonti: Morizzo, II, p. 332; ACPFM, busta 307, Inventario 1927, n. 8; SBC Chini 1981/ OA/ 00034543; ACSA, Inventario 2013, p. 7.

Bibliografia: Bartoli 1780, p. 94; Atz 1909, p. 966; Rasmo 1914, p. 12; Molinari 1926, pp. 294-295; Weber 1937, p. 29; Esposizione di pittura sacra, n. 54; Weber 1977, p. 361; Rasmo 1979, p. 464; Chini 1982, pp. 247, 253, 263; Leonardi 1982, p. 259; Rasmo 1982, p. 370; Dipinti su tela, pp. 164-166, cat. 64 (E.

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