CRISTO MORTO

Ambito/Autore : Giambattista Lampi senior (Romeno, 1751-Vienna, 1830)

Periodo storico: 18° secolo
Anno: 1779
Soggetto: Cristo morto
Luogo di conservazione: Cles, convento, clausura
Materia e tecnica: olio su tela applicata su tavola, cm 35 x 80

Descrizione:

Concepito come “sepolcro”, ovvero come conclusione della Via Crucis, secondo una consuetudine cara alla spiritualità francescana, il dipinto venne rimosso nel 1923 dalla chiesa dove fu sostituito da un dipinto di Angelo Molinari e appeso nel refettorio. In questa collocazione lo monitora una foto post 1940 (Stenico), mentre la traslazione nella clausura del convento è contestuale alla realizzazione del nuovo refettorio nel 1955.

Il Cristo morto costituisce l’estrema espressione del primo periodo artistico di Giambatista Lampi, al di qua del trasferimento oltralpe. Spetta a Stefano Ferrari aver colto il nesso con l’omonima opera di Ambrogio Rosmini, conservata in Casa Rosmini a Rovereto e frutto dell’esperienza romana dell’architetto e pittore roveretano che in diverse occasioni dimostrò di meditare sulle istanze classiciste della cultura capitolina e in particolare sui disegni di Pompeo Batoni.

Nonostante le motivazioni addotte da Lia Camerlengo circa la diffusione in età barocca del modello che sta alla base della tela francescana, le connessioni tra i due dipinti evidenziate da Ferrari e condivise da Pancheri (2013) sono così puntuali da dover essere non solo pienamente confermate, ma altresì approfondite alla luce di nuovi elementi indiziari.

È fondamentale ricordare che proprio nel 1779 Lampi soggiornò a Rovereto per dipingere i ritratti dei nobili Festi e Lodron (Pancheri). Fu probabilmente nel corso di questa tappa nella città della quercia che egli ebbe la possibilità di entrare in contatto con Ambrogio Rosmini e trarre ispirazione dal dipinto menzionato. Non è meno significativo che Ambrogio intrattenesse rapporti, già da qualche anno, con i francescani di San Rocco a Rovereto, fatto che prospetta la possibilità che i frati, anche in questa occasione, avessero beneficiato delle indicazioni di Ambrogio se non già di una sua mediazione per il modello da sottoporre a Lampi. Nel 1764 infatti, appena tornato da Roma (1763), Rosmini aveva dipinto l’ancona (“cassone”) dell’altare del crocifisso a Rovereto (Morizzo, II, p. 360); non è chiaro se l’impegno si traducesse in una sorta di consulenza architettonico-pittorica legata alla sola ancona, o anche alla pala di coperta. La rinnovata macchina d’altare, di cui nulla rimane, venne concepita per riporre la croce d’altare di Gerusalemme portata da fra Agnello (si veda in proposito il contributo di D. Floris).

La progressione individuata da Stefano Ferrari è coerente rispetto a questi fatti storici e motiva l’adozione di un modello sostanzialmente estraneo al percorso del giovane Lampi, le cui ascendenze veronesi (Balestra in primis) non possono da sole spiegare l’estrema compostezza del Cristo morto.

Benché il dipinto di Lampi sia un episodio a sé stante rispetto alle notevolissime tele pervenute da Roma entro il 1777 – si ricordi quanto meno l’Addolorata di Cristoforo Unterperger, per l’ambiente di provenienza del pittore –, cionondimeno è estremamente significativo che l’ottavo decennio del secolo veda gravitare sull’ambiente francescano anaune una serie di acquisizioni e commissioni di elevato profilo, accomunate da un inequivocabile schieramento di gusto e aperte alla ricezione delle istanze classiciste di matrice romana (si veda in proposito il saggio dello scrivente in questo stesso volume); il ruolo espletato da Ambrogio Rosmini nelle circostanze ora ripercorse ne costituisce indubbiamente un impulso non secondario.

Fonti: ACPFM, busta 307, Inventario 1927, n. 29; busta 244, Inventario 1959, p. 655, n. 10; SBC Chini 1981/ OA/ 00034604; ACSA, Inventario 2013, p. 2.

Bibliografia: Rosati 1925, p. 48; Molinari 1926, p. 296; Morassi 1927, p. 572; Rasmo 1951, p. 149; Id. 1957, pp. 12, 27; Esposizione di pittura sacra, n. 38; Weber 1977, p. 201; Leonardi 1982, p. 259; Ferrari 1987, pp. 172-175; Dai castelli anauni, pp. 86-87, cat. 20 (L. Camerlengo); Pancheri in DBI, 63, 2004, p.

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