EBBREZZA DI NOÈ; GIUSEPPE IN CARCERE INTERPRETA I SOGNI DEL PANETTIERE DEL FARAONE; GIUSEPPE E LA MOGLIE DI PUTIFARRE; GIALE E SISARA; MOSÈ SALVATO DALLE ACQUE; REBECCA AL POZZO

Ambito/Autore : Ambito veronese

Periodo storico: 18° secolo
Anno: 1700-1725
Soggetto: Ebbrezza di Noè; Giuseppe in carcere interpreta i sogni del panettiere del Faraone; Giuseppe e la moglie di Putifarre; Giale e Sisara; Mosè salvato dalle acque; Rebecca al pozzo
Luogo di conservazione: Arco, convento delle Grazie, refettorio grande
Materia e tecnica: olio su tela, cm 87 x 68 (ciascuno)

Descrizione:

I dipinti, posti entro cornici coeve in legno marmorizzato, sono registrati in refettorio già da Angelo Molinari. Il francescano, che scrive non di sei pezzi, ma di “cinque piccoli quadri ovali dei Bassano”, porta la notizia del dono da parte di una non meglio specificata contessa Gonzaga. L’erroneo ancoraggio all’ambito bassanesco viene ripetuto negli inventari del 1927 e del 1962.

Le tele, di tema veterotestamentario (Genesi, Esodo, Giudici), raffigurano L’ebbrezza di Noè, L’incontro di Rebecca e Eleazaro al pozzo, Mosè salvato dalle acque, Giuseppe in carcere interpreta i sogni del panettiere del Faraone, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Giale e Sisara.

Giuseppe in carcere è l’unica tela in buone condizioni, per il resto si registrano fori, strappi, scrostature. Nonostante le condizioni non eccelse, nella serie è intuibile l’apporto di esperienze e tendenze diverse in seno alla pittura veronese del primo Settecento. Nei dipinti raffiguranti Ebbrezza di Noè e Giuseppe in carcere interpreta i sogni del panettiere del Faraone emerge il riflesso della vena briosa e dissacrante dell’estroso Odoardo Perini, tanto che la testa arruffata di Noè trova piena corrispondenza con San Giuseppe nella pala di Mazzurega, del 1720 (si veda La pittura a Verona tra Sei e Settecento, pp. 212-216, fig. 173). Tuttavia questi ovali difettano senza dubbio della notevole scioltezza del maestro, del tocco nervoso della sua pennellata e di quel mondo bizzarro che tanto colpì il conformista giudizio di Cignaroli (per un confronto con Perini si veda fra l’altro in questo volume la scheda n. 193).

Le figure tornite e acquietate di Giaele e Sisara e Giuseppe e la moglie di Putifarre denotano infatti una diversa, pacata misura, forse rapportabile alla più timida lezione di Giovanni Tedeschi, pittore veronese legato a Andrea Voltolini e a Luois Dorigny, del quale pare di poter riconoscere le sottolineature espressive nelle figure con le palpebre in evidenza e un certo rovello nei panneggi compatibili con la Deposizione degli Scalzi a Verona o con la pala della Sacra Famiglia e santi nell’oratorio di Santa Croce e San Carlo Borromeo ad Albarè di Costermano (si veda Favilla, Rugolo, 2004, pp. 104-105, figg. 73-74). Ne L’incontro di Rebecca e Eleazaro al pozzo e Mosè salvato dalle acque è in un qualche modo più evidente un modulo proporzionale allungato che si accompagna ad un ductus arricciato, non immune da influssi mantovani e quindi per certi versi più refrattario alla fisionomia del Tedeschi. Un pronunciamento definitivo su questi brani sarà in ogni caso possibile solo dopo un necessario intervento di restauro.

Fonti: ACPFM, busta 306, Inventario 1927, n. 13-18; SBC Giacomelli 1986/ OA/ 00051570-575; ACPFM, busta 275, Inventario 1962, p. 634, n. 2-7; ACSMG, Inventario 2013, n. 3-8.

Bibliografia: Molinari 1926, pp. 288-289; Esposizione di pittura sacra, n. 14, 29, 39; Stenico 2004b, p. 457.

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