DECORAZIONE PITTORICA DELLA CAPPELLA DEL SANTO SEPOLCRO

Ambito/Autore : Domenico Bonora (Cavalese, 1685-1757)

Periodo storico: 18° secolo
Anno: 1731
Soggetto: Decorazione pittorica della cappella del Santo Sepolcro
Luogo di conservazione: Cavalese, chiesa di San Vigilio
Materia e tecnica: affresco, cm 748 x 474

Descrizione:

Dopo un prolungato deperimento e il provvisorio restauro di Luigi Pezkoller del 1962, gli affreschi sono stati restaurati nel 2002 dal Consorzio ARS. La cappella del Santo Sepolcro, successivamente intitolata all’Addolorata, venne fatta erigere nel 1731 da don Andrea Iellico di Tesero. Alla spesa di 196 fiorini prese parte anche la Magnifica Comunità al fine di ottenere le cure del frate infermiere del convento per i Vicini poveri (Andreatta). Rientra nella tradizione francescana dedicare alla XIV stazione della Via Crucis, ovvero alla Deposizione nel sepolcro, una apposita cappella all’interno della chiesa, a conclusione del percorso figurativo che si svolge al di fuori del tempio. A Cavalese le edicole affrescate da Domenico Bonora in quello stesso anno non sono pervenute a causa dei mutamenti urbanistici ottocenteschi ed oggi sopravvivono solo i malconci affreschi ai lati del portale. Domenico Bonora decora l’arcata che immette alla cappella sfruttando con intelligenza la potenzialità architettonica del varco. L’artista trasforma il fornice ad arco ribassato in una struttura architettonica classicheggiante in pietra arenaria che possa restituire al fedele l’accesso al sepolcro di Cristo; accentua la strombatura dell’arco così da potervi inserire in scorcio due guardie, ritte ma assopite; inquadra il fornice con lesene in finta breccia viola che si elevano su alti piedestalli, sortendo un contrappunto cromatico squisitamente settecentesco acutizzato dall’ombroso sacello nel quale è deposto Cristo. La centina rientrante della finta trabeazione diventa il vero palco della narrazione allegorica che bilancia in altezza le proporzioni del complesso. Prende qui forma un elaborato disegno allegorico incentrato sulla redenzione del genere umano. Ne è fulcro la caduta dei progenitori raffigurata emblematicamente all’interno del globo terrestre sul quale mette radici la croce di Cristo. Come conviene a simili raffigurazioni allegoriche di età barocca, l’obiettivo è quello di significare la salvezza dell’uomo per mezzo di Cristo come avevano preannunciato i profeti del Vecchio Testamento. “ET ERIT SEPULCHRUM/ EIUS GLORIOSU[M]” vaticina Isaia (11, 10), mettendo in chiaro prima di ogni altra cosa che l’amore ha trasformato quel buio sepolcro nella sede gloriosa della Vita. Il sonno dell’anima di chi non vuole comprendere e fare propria la grandezza di Dio è rappresentato nello stordimento delle guardie, soggette al fatuo potere terreno che è destinato a nutrirsi dell’ombra, ignaro di Cristo che ha dissipato il buio della morte e l’oscurità degli inferi. Ecco sul lato destro il compimento della profezia di Osea nella figura angelica che sconfigge la morte e sigilla per sempre il potere degli inferi. Cristo diventa, con un linguaggio prettamente veterotestamentario (Osea 13, 14), morte della morte e morso dell’inferno: “ERO MORS TUA/ O MORS/ MORSUS TUUS/ ERO INFERNE”. Sul lato opposto un altro angelo distrugge gli strumenti di guerra, spezza le lance e forgia nuovi strumenti di pace, traducendo in termini visivi il salmo 75: “IBI CONFREGIT/ POTENTIAS ARCUUM/ SCUTUM, GLADIUM/ ET BELLUM”. Questo è il radicale sconvolgimento portato dalla croce di Cristo poiché nella sua croce Giustizia e Pace si baciano: “IUSTITIA ET PAX OSCULATÆ SUNT”, recita il versetto 11 del salmo 85 significativamente interpolato con l’aggiunta, sul legno della croce, delle parole “IN HOC”. È la sublimazione di ogni logica terrena. Da sola la giustizia, armata di spada, non muta la condizione dell’uomo. L’abbraccio, il bacio con la pace è quanto salva l’Umanità da un altrimenti inappellabile castigo. Qui si inscrive l’iconografia delle Figlie del Padreterno, diffusa in particolare Oltralpe, come ha recentemente argomentato Lucia Longo. Misericordia e Pace da un lato, Verità e Giustizia dall’altro avviano una disputa sulla punizione o assoluzione del genere umano gravato dalla colpa e dalla macchia del peccato. Il bacio delle seconde sostanzia la salvezza, l’eterna alleanza di Dio con l’uomo. Alle nubi fulminanti poste ai piedi della Giustizia si avvicenda l’arcobaleno suggellato dalla Pace. Il medesimo frutto matura dall’accordo delle prime: la misericordia divina ha reso la verità fonte di vita e non occasione di giusto castigo. Unanime, fin dal Molinari, l’apprezzamento dell’originale e vitale partitura pittorica di Bonora. Il migliore allievo di Giuseppe Alberti esprime in questa impegnativa impresa pittorica il meglio delle proprie attitudini. L’avvicinamento alla temperie lagunare schiarisce la tavolozza e intride di luce il colore. L’artista, padrone dei propri mezzi nell’affresco, congiunge saldezza formale ed eleganza “usando il colore come forza primaria che infonde al disegno valore di energia e bellezza” (Longo).

Fonti: Morizzo, II, p. 333; ACPFM, busta 304, Inventario 1927, n. 74; busta 244, Inventario 1960, p. 652, n. 55-56; SBC Floris 1987/ OA/ 00053826-831.

Bibliografia: Rasmo 1914, p. 8; Molinari 1926, pp. 299-300; Felicetti 1933, p. 56; Onorati 1982, p. 70; Andreatta 1990, pp. 201-203; La pittura in Italia. Il Seicento, II, p. 633 (E. Mich); Giacomuzzi 2005, pp. 124-125; Longo 2014, pp. 286-288.

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