SANT’ANTONIO DA PADOVA

Ambito/Autore : Ambito trentino (da Giovanni Francesco Barbieri, il Guercino)

Periodo storico: 17° secolo
Anno: ante 1708
Soggetto: Sant’Antonio da Padova
Luogo di conservazione: Arco, Santuario delle Grazie, atrio della sacrestia
Materia e tecnica: olio su tela, cm 116 x 108,5

Descrizione:

La tela palesa un rimarchevole impoverimento della pellicola pittorica, messo a nudo dal restauro del 2013. La vicenda storica, ripercorribile grazie alle notizie della Cronaca archese (Stenico), si intreccia con il rinnovamento dell’altare maggiore nel 1708, allorquando l’altare ligneo finanziato nel 1652 dai nobili Fedrigazzi venne rimosso per cedere il posto all’erigenda macchina marmorea progettata da Andrea Pozzo. Smembrato l’apparato ligneo (in parte ceduto alla chiesa di Cavrasto), la nicchia quadrilatera che ancora ospitava la pala di Domenico e Francesco Morone, a sua volta celante il venerato simulacro della Vergine, venne destinata a incorniciare il quadro di Sant’Antonio da Padova che “già tempo l’avea donata Sua Ecc.za signor Conte Francesco Spaur e Valler”, nipote del vescovo Giovanni Michele Spaur.

È senz’altro interessante osservare che il dipinto (che non è dato di sapere quando sia stato disgiunto dalla ricca cornice dorata) corrisponde in altezza alla Madonna quattrocentesca (catt. 15-17), pur dovendo immaginare che il riquadro ligneo fosse di dimensioni alquanto superiori: questa circostanza suffraga una assai probabile rifilatura della tela, anche se si scorge ancora lungo i bordi laterali della tela la finzione di una scatola prospettica che doveva essere estremamente congeniale alla cornice-scarabattolo.

Giungendo a trattare degli aspetti figurativi di questo dipinto, che le circostanze storiche collocano verso la fine del Seicento e comunque entro il 1708, vale la pena sottolineare la sobrietà dell’immagine antoniana, tagliata appena sotto il busto, la quale si offre allo sguardo non rigidamente frontale, ma ruotata, con le braccia sollevate a reggere il libro e l’immancabile giglio bianco. L’icastica misura espressiva del santo e la sua serena colloquialità rimarcano una matrice emiliana che trova conferma nella dipendenza da un modello calcografico. Il dipinto è infatti tratto da una fine incisione di Guercino concepita quale immagine devozionale, dalla quale si differenzia solo per l’assenza del paesaggio di sfondo (The Illustrated Bartsch, 40, p. 371). Come consuetudine, il dipinto risulta speculare rispetto alla stampa.

Fonti: ACPFM, busta 306, Inventario 1927, n. 26; busta 275, Inventario 1962, p. 634, n. 12; SBC Floris 1986/ OA/ 00051548; ACSMG, Inventario 2013, n. 34.

Bibliografia: La Madonna delle Grazie, p. 21; Stenico 2004b, pp. 110-111, 456.