MADONNA ADDOLORATA

Ambito/Autore : Ambito trentino

Periodo storico: 18° secolo
Anno: 1733
Soggetto: Madonna addolorata
Luogo di conservazione: Borgo Valsugana, chiesa di San Francesco d’Assisi, coretto
Materia e tecnica: legno scolpito, dipinto, cm 106 x 65 x 55

Descrizione:

Entrambe le sculture sono state restaurate da Marta Albertini tra il 2012 e il 2014.

In origine erano parte di una Deposizione nel sepolcro che rappresentava il compimento della Via Crucis eretta nel 1733 (Stenico). Il percorso devozionale costituito dalle edicole lungo la gradinata del convento si concludeva con l’ultima stazione in chiesa, ovvero con la cappella del Sepolcro, un tratto tipico delle chiese dei Minori. Le note di Marco Morizzo specificano che il 13 maggio 1733 Melchiorre Boneccher concesse ai frati un pezzo dell’orto per l’edificazione della cappella, fatto da cui deduciamo che la realizzazione delle statue e la conclusione del complesso datasse di lì a poco.

Essenziale un altro passo dello storico francescano il quale afferma: “oltre la statua della Addolorata in legno, vi sono quelle di s. Giovanni, delle due Marie e di un altro. Sotto la mensa dell’altare, quella di Cristo nel sepolcro”. Quando Morizzo scriveva, la cappella era ormai passata per titolo alla Vergine addolorata. Ciò doveva essere accaduto entro il 1776, quando Tovazzi ricorda in chiesa due altari distinti, uno intitolato all’Addolorata ed uno alla Deposizione (Sepulcrum Domini). Nel 1818 il Peverada commissionò inoltre una serie di dipinti con i Dolori della Vergine, oggi irrintracciabili ma evidentemente corredo dell’altare della Madonna addolorata. Non ci è dato di sapere neppure il destino dei quattro elementi dell’originario Compianto di Cristo.

Queste circostanze impediscono di attribuire date diverse ai pezzi superstiti, come proposto da Vittorio Fabris (1733 per il Cristo morto, 1736 ca per la Madonna addolorata). È invece del tutto convincente il confronto proposto dallo studioso tra l’Addolorata francescana e quella del Compianto di Pieve Tesino scolpita nel 1736. In queste sculture Fabris coglie l’eco di Domenico Molin, mentre Claudio Strocchi vi ravvedeva forse l’opera di un seguace di Giambattista Fattori. A mio parere è possibile cogliere l’espressione di un più modesto intagliatore locale, operante in Valsugana e aggiornato sulle tendenze della plastica lignea atesina della prima metà del Settecento. L’eloquenza barocca delle sue opere si esprime in particolare attraverso la concitazione dei drappeggi agitati, in ossequio non solo ai modelli di Domenico Molin, ma anche dei gardenesi Vinazer. Il Cristo morto evidenzia non poche ingenuità formali ed esprime il disagio dello scultore nella cruda resa di un corpo privo di panneggi.

Fonti: FBSB Tovazzi, Relatio Prima, p. 44; Morizzo I, p. 311-312; II, p. 68; ACPFM, Inventario 1966, p. 646, n. 23-24; SBC Ropelato 1980/ OA/ 00027113-27114.

Bibliografia: Stenico 2001a, pp. 153-154, 380; Strocchi 2003, p. 496. Fabris 2004, p. 48; Arte e devozione, pp. 54-61; Fabris 2009-2011, I, p. 56.

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