DEPOSIZIONE DI CRISTO CON LA MADONNA, SAN FRANCESCO D’ASSISI, SAN GIOVANNI EVANGELISTA, SANTA MARIA MADDALENA E SANT’ANTONIO DA PADOVA

Ambito/Autore : Paolo Farinati (Verona, 1524-1606)

Periodo storico: 16° secolo
Anno: 1589
Soggetto: Deposizione di Cristo con la Madonna, San Francesco d’Assisi, San Giovanni evangelista, Santa Maria Maddalena e Sant’Antonio da Padova
Luogo di conservazione: Trento, Fondazione Biblioteca San Bernardino
Materia e tecnica: olio su tela, cm 215 x 230
Provenienza: Negrano di Villazzano, villa Cazuffi, poi convento-collegio, 1925

Descrizione:

Il dipinto fu commissionato al veronese Paolo Farinati dal nobile Tommaso Cazuffi per la cappella del palazzo di Negrano di Villazzano, fatto erigere, assieme al fratello Francesco, poco dopo il 1581. Quella straordinaria fonte di notizie che è il Giornale redatto dal pittore stesso registra la consegna dell’opera il 17 settembre 1589 (Simeoni 1909; Paolo Farinati, ed. 1968).

Le fonti settecentesche ne registrano la presenza, nonostante la collocazione piuttosto defilata. La prestigiosa tela è ricordata “in sacra aedicula D.ni Cazzuffi” da Joseph von Sperges, mentre nel 1790 vi si sofferma Giangrisostomo Tovazzi, con abbondanza di dettagli. Il commento dell’erudito francescano è un significativo segnale dello stretto rapporto intercorso tra gli Osservanti, fin dalle origini della loro presenza a Trento, e la nobile famiglia Cazuffi. Benché, infatti, l’opera sia giunta in proprietà della Provincia Francescana di San Vigilio solo nel 1904, con la trasformazione della villa in convento-collegio, si può pacificamente sostenere che essa rappresenta uno dei più alti e intensi brani figurativi atti a significare nel Cinquecento la prossimità spirituale alla famiglia francescana del ceto cittadino più elevato. È questo un punto di notevole importanza, ad oggi in verità del tutto ignorato nello studio della magnifica opera di Farinati, nella quale sono proprio i pilastri del francescanesimo, San Francesco e Sant’Antonio da Padova, a reggere fisicamente e simbolicamente il corpo del Salvatore appena staccato dalla croce: metafora vivissima del culto del corpo di Cristo favorito dalla presenza minoritica e cresciuto prodigiosamente all’interno delle Discipline e delle confraternite del Santissimo nelle quali militavano fin dall’inizio del XVI secolo numerosi membri Cazuffi (si veda in proposito il saggio di chi scrive). E non a caso l’opera commissionata nel 1589 da Tommaso Cazuffi a Paolo Farinati riprende puntualmente lo scomparto centrale del trittico dei cappuccini a Verona, oggi conservato al Musée de peinture et de sculpture di Grenoble (si veda per la vicenda di quest’opera Baldissin Molli 1999, p. 78).

Nel 1925 la tela venne tradotta nella chiesa di San Bernardino e nell’occasione fu sottoposta ad un pesante restauro i cui negativi effetti sono stati rimossi grazie all’intervento del 1992 operato da Serafino Volpin, sotto la direzione di Elvio Mich.

L’opera rappresenta una delle più alte espressioni della tarda maturità dell’artista veronese grazie al coerente e ben risolto accordo tra l’intonazione fortemente patetica e la soda plasticità che Paolo, fiero ammiratore di Michelangelo, declina nel bellissimo “gruppo monolitico” della composizione (Mich). Nonostante alcune – invero marginali – cadute qualitative nelle figure della Maddalena e della Vergine che Baldissin Molli imputa all’intervento del figlio Orazio, il tenore della pala è tale da aver giustamente indotto la stessa studiosa a ritenere limitativa l’accezione di replica rispetto al brano del 1573 dal quale l’opera trae ispirazione, mantenendo tuttavia una forte e orgogliosa autonomia.

Questo punto premette inevitabilmente alla frequente ripresa del tema nelle opere grafiche e pittoriche dell’atelier Farinati, a partire dall’acquaforte di Orazio della parte centrale del trittico cappuccino (si veda in particolare Baldissin Molli 1999). Un disegno in collezione privata veronese è invece stato da tempo messo in relazione all’opera tridentina, forse come tracciato grafico ai fini di ulteriori repliche della bottega (Paolo Farinati 1524-1606, pp. 164-166: G. Marini). La fortuna dell’invenzione è comprovata sia dalle varianti autografe di Paolo e del figlio Orazio, sia dalle incisioni realizzate anche fuori l’atelier veronese, segnatamente con l’incisione di Giusto Sadeler .

 

Fonti: Tovazzi, Relatio Secunda, p. 22; ACPFM, busta 275, Inventario 1963, p. 669, n. 37; SBC Dal Bosco 2001/ OA/ 00072234.

Bibliografia: Sperges (1742-1750), p. 47; Tovazzi (1780), pp. 718-719, n. 1330; Giovanelli 1858, p. 53; Simeoni 1909, p. 164; Gerola 1918, p. 223, n. 53; Molinari 1926, pp. 293-294; Weber 1931, p. 574; Esposizione di pittura sacra, n. 32; Dal Forno 1965, p. 52, cat. 66

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