CROCIFISSO; MADONNA ADDOLORATA; SAN GIOVANNI EVANGELISTA

Ambito/Autore : Giuseppe Antonio Betta (?) (Cavalese, 1756-1783)

Periodo storico: 18° secolo
Anno: 1750-1775
Soggetto: Crocifisso; Madonna addolorata; San Giovanni evangelista
Luogo di conservazione: Cavalese, convento di San Vigilio
Materia e tecnica: legno intagliato, dipinto, dorato, cm 78,5 x 60; legno intagliato, dipinto, h cm 63; h cm 62

Descrizione:

Il nesso che intercorre tra queste tre sculture è fortemente inibito dalla diversa collocazione e dal differente stato conservativo, decisamente compromesso nei Dolenti da una pesante ridipintura.

Attualmente il Crocifisso è parte di un complesso pittorico e scultoreo di notevole impatto visivo ma di eterogenea epoca e natura, fissato come è ad un fondale dipinto ad olio raffigurante i dolenti sul monte calvario.

Questa collocazione è chiaramente frutto di un’opzione recente e solo nel 1987 la schedatura di Soprintendenza documentava l’estraneità del Crocifisso rispetto al dipinto. Nessuna informazione di rilievo proviene dalla cronaca, mentre va osservato come l’inventario del 1927 testimoni nel “Crocifisso in legno con dolenti” il Calvario in scultura ricomposto all’interno di questa scheda.

Ad oggi solo il Crocifisso è stato oggetto di qualche attenzione. Grazie agli studi di Elvio Mich è emerso un intreccio figurativo di notevole interesse che connette la scultura di Cristo crocifisso al più tardo dipinto di Francesco Antonio Vanzo custodito nel refettorio dello stesso convento; a questo si aggiunge una seconda versione inedita della tela, conservata presso la Torricella nel complesso francescano di Trento (fig.).

La congiunzione tra il Crocifisso ligneo e le redazioni pittoriche del Vanzo sarebbe rappresentato dal disegno della Pinacoteca della Magnifica Comunità di Cavalese, attribuito da Mich allo stesso pittore. L’interrogativo più urgente che ora si pone riguarda l’autore della scultura e la sua reale cronologia. Il Crocifisso, del tipo a quattro chiodi, è raffigurato vivente, il capo levato al cielo. Questi caratteri, come pure la foggia del perizoma legato alla vita da una cordicella, che veleggia su un lato, dipendono dal modello elaborato nel Seicento da Alessandro Algardi. Il composto afflato barocco dello scultore bolognese muta notevolmente nella scrupolosa descrizione formale di questo brano plastico che indaga con acribia ormai tardo settecentesca le pieghe del perizoma, bloccando nello spazio la naturalezza del modello. Tutto ciò non significa svilire l’opera ed è anzi giusto porne in risalto l’ottima qualità di intaglio nel modellato anatomico assai sensibile, nella ponderata sinuosità delle membra, accentuate dalla visione laterale che l’angustia dello spazio (un corridoio) rende necessaria. Tutti aspetti che non sono scontati nella replica di un prototipo di prestigio forse conosciuto per mezzo di un esemplare pittorico o calcografico ma meditato e reinterpretato tridimensionalmente, con notevole disinvoltura.

L’identificazione dell’autore, ad oggi mai tentata, deve tener conto del vivace ambiente artistico fiemmese, toccato a queste date da esperienze tutt’altro che localistiche, se si rammenta in particolare l’esperienza centroitaliana di Cristoforo Unterperger e più tardi il soggiorno di Antonio Longo a Roma. Non sembra inadeguato il nome di Giuseppe Antonio Betta, morto nel 1783 a Cavalese (si veda sull’intagliatore Rasmo 1914, p. 29; Rasmo 1998, p. 211; Scultura in Trentino, II, p. 80: D. Cattoi). L’unica sua opera ad oggi nota è il fine tabernacolo della chiesa francescana, eseguito nel 1772. Il confronto con il piccolo Crocifisso un tempo nel tabernacolo e con il San Francesco riceve le stimmate ancora al suo interno sembra assecondare la proposta, nonostante la diversa entità dimensionale. Si afferma in tutte queste opere lignee un senso di classica compostezza ed un ductus plastico scrupoloso, oltre le caratteristiche pieghe morbidamente modellate che ricorrono anche nelle vesti di San Giovanni e della Vergine. Quanto viene tramandato dall’Ambrosi circa i lunghi soggiorni dell’artista nella penisola depone a favore del talento di questa personalità artistica ancora poco studiata, forse in contatto con i suoi compatrioti a Roma.

Le figure dei Dolenti esibiscono la stessa dimensione di impeto emotivo bloccato nello spazio. Il drappeggio è percosso da numerose vibrazioni che lo modellano in pieghe sottoposte ad una tensione a tratti innaturale, indice di una mente incline a smorzare gli eccessi della cultura tardo barocca ed anzi attenta a stimoli più aggiornati, coerenti all’esplicito accademismo del Cristo crocifisso come anche del San Francesco stigmatizzato. L’innaturale riverniciatura ostacola invece la comprensione della densità emotiva dei volti, concepiti comunque per essere visti di profilo, come peraltro suggerisce la scarsa profondità delle sculture, mancanti dell’intera parte posteriore.

Fonti: ACPFM, busta 304, Inventario 1927, n. 44; busta 244, Inventario 1960, p. 654, n. 91; Floris 1987/ OA/ 00053949, 987-988.

Bibliografia: Mich 1995a, p. 176.

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