CROCIFISSO

Ambito/Autore :  Ambito bresciano

Periodo storico: 16° secolo
Anno: 1525-1550
Soggetto: Crocifisso
Luogo di conservazione: Arco, convento delle Grazie, ingresso dal chiostro
Materia e tecnica:  legno intagliato, cm 176 x 168

Descrizione:

Il Crocifisso costituisce una preziosa reliquia dell’antica chiesa rinascimentale. Benché manchino precise indicazioni sulla funzione e originaria ubicazione della scultura, la notevole entità dimensionale accredita una collocazione sull’arco santo, al centro del cono visivo dell’aula, in ossequio alle più canoniche soluzioni delle chiese minoritiche. È infatti da escludere che il Crocifisso si trovasse al centro di un altare poiché l’altare di patronato Cillà, intitolato alla Santa Croce e ai Santi Pietro e Paolo, recava fin dalla sua fondazione cinquecentesca una pala dipinta (Morizzo).

La scultura di Cristo evidenzia una qualità decisamente elevata, con ben pochi termini di paragone nell’ambito di crocifissi di età rinascimentale nell’Alto Garda. Il volto, dalla fronte molto spaziosa, è incorniciato da corpose ciocche di capelli che si arricciano sugli omeri; gli occhi socchiusi e gonfi, la bocca carnosa che lascia scorgere i denti individuano una notazione patetica molto controllata, anche se va considerato come le superfetazioni della policromia accentuino oggi un tratto alquanto edulcorato del taglio espressivo. Anche la cromia uniforme e bianco grigia del perizoma è frutto di interventi successivi; sul lato posteriore si intravede tuttavia ancora una breve porzione di pellicola pittorica antica, di colore bluastro.

La struttura anatomica è salda e definita, squisitamente cinquecentesca nell’evidenziare l’armonia delle membra maschili che non viene in alcun modo celata o svigorita dal perizoma: il panno, molto fasciato e stretto sui fianchi di Cristo, disegna fitte pieghe strizzate che un vento impetuoso sospinge e fa svolazzare sul lato destro, fin quasi a slabbrare i bordi della stoffa. La notazione realistica e intrinsecamente dinamica del panneggio non si limita a rendere quasi tangibile la bravura dell’intagliatore e mira piuttosto a coinvolgere il riguardante nella rappresentazione della crocifissione quale mistero non compiuto ma in atto, al quale egli è tenuto a partecipare compatendo il Cristo non già morto ma sofferente sulla croce.

In questo notevolissimo brano di scultura, ad oggi inedito, convivono istanze culturali alquanto diversificate o meglio compenetrate. Mi pare corretto rilevare come le premesse figurative tipiche del contesto lombardo-veneto del Cinquecento siano recepite da un artista che ha conosciuto il senso degli straordinari crocifissi nordici. Ciò pare di avvertire nei rapporti proporzionali del volto sofferente, benché finisca per prevalere una misura aliena alla cultura oltralpina. Allo stesso modo l’energia e la carica drammatica sprigionata dal veleggiare del perizoma finiscono per tradursi in termini ben diversi dai virtuosistici crocifissi tirolesi, benché l’idea del panno impetuosamente scosso e arricciato lungo i bordi possa evocare opere di Jorg Lederer come il Crocifisso in Sant’Andrea a Tartsch del 1520 circa (si veda in proposito Söding 2010, pp. 212-213, cat. 45). Non andrà d’altra parte dimenticato quanto aperto fosse il dialogo con il Nord nella cultura non solo trentina ma anche lombarda e veneta, tanto più nell’ambito dei crocifissi plastici. Rimandano più in particolare all’ambiente bresciano del secondo quarto del secolo alcune spie formali, soprattutto l’ampiezza dell’intaglio che tende tuttavia a raggelarsi. Il compiacimento formale insito nella resa anatomica e una certa gravità nell’individuazione somatica, ai quali non è estranea l’eco di Maffeo Olivieri, evocano in parte i modi dello scultore Clemente Tortelli, l’abile nipote di Clemente Zamara documentato nel bresciano tra il 1514 e il 1540 (si veda Sulle tracce di Mantegna, pp. 120-122, cat. 19: M. Rossi). Mancano tuttavia i tratti più tipici di questo intagliatore ed in assenza di ulteriori, cogenti termini di paragone è opportuno sospendere il giudizio ipotizzando l’intervento di un ignoto scultore operoso in area bresciana o gardesana, ovvero nell’ambito di un territorio cerniera di notevole apertura, caratterizzato da fitti scambi culturali.

Fonti:  PAT n. 51624 (F. Menapace) (N. 58184); ACSMG, Inventario 2013, n. 28.

Bibliografia: Stenico 2004b, p. 464

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